venerdì 12 febbraio 2010
la malapianta
Nicola Gratteri è uno dei magistrati più impegnati sul versante della lotta alla mafia. Quotidianamente conduce indagini, formula accuse nel tentativo di reprimere o, perlomeno, indebolire il potere di quella che è divenuta la più potente multinazionale del crimine: la ‘ndrangheta. In questo libro, attraverso un dialogo vivace e avvincente con Antonio Nicaso, storico ed esperto della mafia calabrese, Gratteri offre una ricostruzione storica dell’organizzazione criminale, che trova radici già nel Settecento e che arriva fino ai giorni nostri. Il tutto raccontato nel rispetto di fonti storiche e documenti giudiziari, mediante una rigorosa rilettura di fascicoli depositati negli archivi delle procure di Locri e di Reggio Calabria. La ventennale attività di Gratteri, fatta di inchieste che vanno dalle indagini sulla Locride degli anni Ottanta a quelle sulla faida di San Luca e sulla strage di Duisburg del Ferragosto 2007, viene messa a disposizione dei lettori come chiave di comprensione, di denuncia e di giudizio sul fenomeno. Il libro parte dalla triste constatazione che la mafia ormai più potente del mondo, che controlla quasi tutta la cocaina d’Europa, domini una delle regioni più povere d’Europa, la Calabria. Se la famiglia è il nocciolo duro, il «locale» è l’ente territoriale di governo della ‘ndrangheta: un consorzio tra famiglie, cementato dal sangue, che si spartisce lo stesso ambito, un paese intero o il quartiere di una città. Nel 1991, per porre fine a una faida interna ai clan criminali durata sei anni, il territorio di Reggio Calabria e provincia venne diviso in tre «mandamenti». Oggi, tutti i «locali» sparsi per il mondo, fanno capo ai gruppi della Locride, soprattutto a quelli di San Luca, che costituisce una sorta di «camera di commercio delle ‘ndrine» di Reggio, Crotone, Cosenza, Catanzaro e Vibo. È questa la malapianta che dà il nome al libro, che avanza con le sue ramificazioni, penetra nei territori italiani e, dopo aver colonizzato l’Europa, ora si allarga nelle Americhe e in Africa. Dalle miniere congolesi del coltan, minerale fondamentale per i telefonini di ultima generazione, alle infiltrazioni negli appalti dell’Expo di Milano 2015, la ‘ndrangheta unisce armi e soldi, violenza e investimenti, ed è sempre un passo avanti agli investigatori.Ma come combattere questa nuova Piovra? Con quali armi? Secondo Gratteri ci vogliono il carcere duro, la confisca dei beni, la riapertura dei penitenziari sulle isole di Pianosa, Gorgona, L’Asinara e Favignana, inspiegabilmente chiusi dopo le stragi di Palermo degli anni 90. Ci vuole anche l’impegno e la partecipazione della Calabria che non ci sta, quella di Francesco Fortugno, il vicepresidente regionale ucciso nel 2005, quella che la mafia delle ‘ndrine vuole combatterla, rappresentata da uomini come l’autore di questo libro, Nicola Gratteri. Un procuratore duro, calabrese di Gerace che non ha mai voluto lasciare la sua terra ma che ogni giorno combatte questa guerra, con la sostanza delle cose e delle parole qui raccolte.
Bianca come il latte,rossacome il sangue
Leo è un sedicenne come tanti: ama le chiacchiere con gli amici, il calcetto, le scorribande in motorino e vive in perfetta simbiosi con il suo iPod. Le ore passate a scuola sono uno strazio, i professori "una specie protetta che speri si estingua definitivamente". Così, quando arriva un nuovo supplente di storia e filosofia, lui si prepara ad accoglierlo con cinismo e palline inzuppate di saliva. Ma questo giovane insegnante è diverso: una luce gli brilla negli occhi quando spiega, quando sprona gli studenti a vivere intensamente, a cercare il proprio sogno. Leo sente in sé la forza di un leone, ma c'è un nemico che lo atterrisce: il bianco. Il bianco è l'assenza, tutto ciò che nella sua vita riguarda la privazione e la perdita è bianco. Il rosso invece è il colore dell'amore, della passione, del sangue; rosso è il colore dei capelli di Beatrice. Perché un sogno Leo ce l'ha e si chiama Beatrice, anche se lei ancora non lo sa. Leo ha anche una realtà, più vicina, e, come tutte le presenze vicine, più difficile da vedere: Silvia è la sua realtà affidabile e serena. Quando scopre che Beatrice è ammalata e che la malattia ha a che fare con quel bianco che tanto lo spaventa, Leo dovrà scavare a fondo dentro di sé, sanguinare e rinascere, per capire che i sogni non possono morire e trovare il coraggio di credere in qualcosa di più grande.
l'eleganza del riccio

Parigi, rue de Grenelle numero 7. Un elegante palazzo abitato da famiglie dell'alta borghesia. Ci vivono ministri, burocrati, maitres à penser della cultura culinaria. Dalla sua guardiola assiste allo scorrere di questa vita di lussuosa vacuità la portinaia Renée, che appare in tutto e per tutto conforme all'idea stessa della portinaia: grassa, sciatta, scorbutica e teledipendente. Niente di strano, dunque. Tranne il fatto che, all'insaputa di tutti, Renée è una coltissima autodidatta che adora l'arte, la filosofia, la musica, la cultura giapponese. Cita Marx, Proust, Kant... dal punto di vista intellettuale è in grado di farsi beffe dei suoi ricchi e boriosi padroni. Ma tutti nel palazzo ignorano le sue raffinate conoscenze, che lei si cura di tenere rigorosamente nascoste, dissimulandole con umorismo sornione. Poi c'è Paloma, la figlia di un ministro ottuso; dodicenne geniale, brillante e fin troppo lucida che, stanca di vivere, ha deciso di farla finita (il 16 giugno, giorno del suo tredicesimo compleanno). Fino ad allora continuerà a fingere di essere una ragazzina mediocre e imbevuta di sottocultura adolescenziale come tutte le altre, segretamente osservando con sguardo critico e severo l'ambiente che la circonda. Due personaggi in incognito, quindi, diversi eppure accomunati dallo sguardo ironicamente disincantato, che ignari l'uno dell'impostura dell'altro, si incontreranno solo grazie all'arrivo di monsieur Ozu, un ricco giapponese, il solo che saprà smascherare Renée.
Amnus horribilis

La crisi economica e l'autoritarismo strisciante. Il circo berlusconiano e il discredito internazionale. Il suicidio della sinistra e il ritorno dei fascisti. L'Italia delle ronde e l'Italia dei respingimenti. Il 2009 sarà ricordato come un anno nero della nostra storia. Un anno in cui molti nodi sono venuti al pettine, tutti insieme, e ci hanno riconsegnato un paese stanco, involgarito, ripiegato su se stesso e sui suoi atavici difetti. Giorgio Bocca racconta il nostro annus horribilis con la veemenza e l'intransigenza di cui può essere capace solo un grande "antitaliano" come lui. La sua è un'invettiva, un appassionato j'accuse contro i mali apparentemente inestirpabili della nostra vita pubblica: il trasformismo, l'opportunismo, la memoria corta, la furberia diffusa, l'impunità, l'ossequio al potente di turno. La classe dirigente si adegua a quella che viene percepita come una morale corrente, che è poi la negazione della morale, la propensione a chiedere allo stato tutti i benefici e a dare in cambio il meno possibile. "E allora diciamo una buona volta che come società nazionale siamo ancora dei poveri, con il modo di pensare dei poveri: tiriamo a campare, del doman non v'è certezza, spartiamoci quel poco che c'è, se i più furbi rubano in grande noi approfittiamo degli avanzi del loro banchetto."
cotto e mangiato

Nella rubrica televisiva di Italia 1, "Cotto e mangiato", Benedetta Parodi, moglie e mamma superimpegnata ma attenta alla gioia che può procurare un pasto appetitoso consumato tutti insieme, svela ogni giorno, direttamente dalla propria cucina, la ricetta di un piatto facile e di sicuro successo. Accogliendo le richieste dei suoi numerosissimi fan, Benedetta ha ora raccolto in un libro il meglio del suo tesoro culinario e lo ha dedicato a tutte quelle donne (ma anche agli uomini!) che, pur indaffarate, prive di tempo e di fantasia, non vogliono rinunciare ai piaceri della tavola e a condividerli con gli altri. La sua formula di successo è semplice e più che mai attuale: ricette per tutti, facili, veloci, sane e economiche, con un occhio di riguardo ai tempi di realizzazione e al portafogli.
Paranormal activity

Nel cono d’ombra della stella supergigante di Avatar si nasconde la nana bianca di Paranormal Activity, molto più piccola, ma dalla densità infinitamente maggiore rispetto a quella del vaporoso pianeta Pandora. In un’ipotetica classifica di box office calcolata in base alla cifra ottenuta in base a un singolo dollaro di budget investito, il colosso di James Cameron avrebbe dovuto incassare una cifra intorno ai 1300 miliardi di dollari per essere paragonato al fenomeno firmato dal regista esordiente Oren Peli.
Con una cifra prossima ai 15 mila dollari, una location (la villetta di San Diego in cui abita il regista), una troupe di solo tre persone (oltre gli attori, il regista, la sua compagna Tony Taylor e Amir Zbeda) Peli ha costruito un film horror che prosegue idealmente il percorso tracciato in passato da The Blair Witch Project, ripercorso recentemente da Rec e parzialmente da Il quarto tipo di Olatunde Osunsanmi. L’idea fondamentale rimane quella secondo cui il pubblico di un film riesce a coinvolgere maggiormente il pubblico, e quindi a terrorizzarlo, quanto più il confine tra realtà (anche solo percepita) e fiction tende a confondersi.
Con una cifra prossima ai 15 mila dollari, una location (la villetta di San Diego in cui abita il regista), una troupe di solo tre persone (oltre gli attori, il regista, la sua compagna Tony Taylor e Amir Zbeda) Peli ha costruito un film horror che prosegue idealmente il percorso tracciato in passato da The Blair Witch Project, ripercorso recentemente da Rec e parzialmente da Il quarto tipo di Olatunde Osunsanmi. L’idea fondamentale rimane quella secondo cui il pubblico di un film riesce a coinvolgere maggiormente il pubblico, e quindi a terrorizzarlo, quanto più il confine tra realtà (anche solo percepita) e fiction tende a confondersi.
il figlio più piccolo
E’ un ritratto cinico ed amaro quello che fa Pupi Avati dell’Italia di oggi con Il Figlio più Piccolo. L’Italia dei furbetti del quartierino, delle scatole cinesi finanziarie, l’Italia di un padre pronto a tutto pur di continuare a galleggiare in un mare di illegalità, tra appoggi politici, mazzette e ‘favori personali’, in un continuo e perenne baratto di aiutini, capaci di farti tirare a campare, fino a quando ovviamente la corda si spezza.
Portando in sala i giorni nostri, partendo dalla Bologna del 1992, Avati disegna così un paese terribile, allo sfascio, affidandosi ad una serie di personaggi tanto distanti l’uno dall’altro, nell’essere o troppo buoni o troppo “merde”, da costruirci sopra l’intera storia, che finisce però per non colpire nel segno. Troppe le imprecisioni registiche, troppo poco “realmente interessante” (o anche solo emozionante) la trama, che non è né commedia né dramma, e troppi i finali, ovviamente fastidiosamente “buonisti” come solo il cinema italiano (purtroppo) riesce a fare. In sostanza un film che non decolla, anche se trascinato da un ottimo Christan De Sica, finalmente tornato a fare il suo mestiere: l’attore.
Portando in sala i giorni nostri, partendo dalla Bologna del 1992, Avati disegna così un paese terribile, allo sfascio, affidandosi ad una serie di personaggi tanto distanti l’uno dall’altro, nell’essere o troppo buoni o troppo “merde”, da costruirci sopra l’intera storia, che finisce però per non colpire nel segno. Troppe le imprecisioni registiche, troppo poco “realmente interessante” (o anche solo emozionante) la trama, che non è né commedia né dramma, e troppi i finali, ovviamente fastidiosamente “buonisti” come solo il cinema italiano (purtroppo) riesce a fare. In sostanza un film che non decolla, anche se trascinato da un ottimo Christan De Sica, finalmente tornato a fare il suo mestiere: l’attore.
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