paranormal activity è veramente così spaventoso?

domenica 31 gennaio 2010

Scusa ma ti voglio sposare


Sono passati oramai tre anni da quando Alex e Niki si giurarono amore eterno e fortunatamente li ritroviamo più innamorati di prima, al punto che Alez si è convinto che Niki sia la donna della sua vira nonostante non sia proprio sua coetanea. Il protagonista del film, interpretato da Raul Bova, decide di fare il grande passo che li porterà sull’altare…
Niki non ci pensa neanche un attimo ed accetta la proposta di matrimonio di Alex, ma con il passare dei giorni e con la data delle nozze sempre più vicina, la ragazza si fa prendere dalla paura e manda tutto in fumo. Da ora in poi la storia dei due giovani si trasforma in un susseguirsi di avventure ed avvenimenti improvvisi che movimenteranno la loro storia che non riusciranno però a mettere la parola fine sulla loro storia d’amore…

Bangkok dangerous


La mia ammirazione per Danny e Oxide Pang, coppia di fratelli registi di Hong Kong, partiva proprio dall’originale “Bangkok Dangerous”, stilizzato ed affascinante action-movie del ’99 che coniugava con armonia la bellezza irruenta della forma filmica con la pregnanza del melodramma su cui era basata la storia. Nel corso degli anni però la nostra ammirazione nei confronti dei fratelli Pang è andata progressivamente calando lungometraggio dopo lungometraggio, fino a raggiungere il punto più basso (e probabilmente quello di non ritorno) proprio con il remake di “Bangkok Dangerous”, aggiornamento americano con Nicolas Cage uscito lo scorso anno in patria ed arrivato ora anche nelle nostre sale cinematografiche.

Pressoché inutile raccontare la trama principale del film: si tratta infatti del solito killer solitario che giunto al suo ultimo contratto trova l’amore nella solita “pulzella” indifesa, attraverso la quale ritroverà la voglia di aprirsi al mondo. Se già l’ossatura della storia non è di quelle originalissime, almeno l’originale vi intesseva sopra un’idea di messa in scena furibonda e stilisticamente barocca, che raccontava pochissimo e ammaliava con la forza delle immagini. Questo rifacimento purtroppo non possiede neppure l’espressionismo cinematografico dell’altro, e si poggia quindi praticamente sul nulla. Le incongruenze della sceneggiatura riadattata da Jason Richman sono enormi, vistose, a tratti imbarazzanti. L’idea di aggiungere poi al protagonista un partner che tendenzialmente dovrebbe essere la controparte comica alla serietà dell’eroe, in questo caso si rivela artificiosa e pesantissima da sostenere a livello logico.

Insomma di "Bangkok Dangerous" versione made in U.S.A. proprio non se ne sentiva il bisogno. L’operazione è totalmente scentrata, costruita su basi produttive e su un’idea di cinema a dir poco approssimative, che minano alla base qualsiasi possibilità di riuscita. Ed anche coloro che hanno successivamente realizzato il lungometraggio non hanno in alcuno modo provato a risollevarlo. Un fiasco completo, tanto per essere precisi.

brothers


Brothers racconta l’avvincente storia di due fratelli: il trentenne Capitano Sam Cahill e Tommy Cahill, che rappresentano due personalità opposte. Sam è un marine in procinto di partire per la sua quarta missione, è un affidabile padre di famiglia sposato con la fiamma del liceo, Grace, con cui ha avuto due bimbe. Tommy è invece il carismatico fratello minore, la pecora nera della famiglia, quello che non ha mai incontrato l’approvazione del padre (Sam Shepard), un reduce del vietnam che ha sempre dimostrato maggiore affetto per Sam. Tommy è uno sbandato appena uscito di prigione, che ha sempre puntato sul suo fascino e sulla sua carica di simpatia. Inviato in Afghanistan, Sam viene considerato morto. A casa, la famiglia Cahill deve improvvisamente affrontare un vuoto scioccante, e Tommy cerca di sostituire il fratello facendosi carico di nuove responsabilità per sé, Grace, e le bambine. Ma Sam è vivo: insieme ad un commilitone è stato catturato dai combattenti talebani. Quando Sam inaspettatamente ritorna negli Stati Uniti, estremamente traumatizzato dai giorni di prigionia, diventa scostante e sempre più sospettoso nei confronti del nuovo legame che unisce il fratello alla moglie.
Sceneggiato da David Benioff, il film è un remake del danese Non desiderare la donna d’altri (in originale Brødre) di Susanne Bier. Non faremo però alcun paragone con la pellicola originale, se non nel dire che Brothers ricalca il dramma scandinavo rilanciandolo, smussandone gli estremismi e sottraendo gli spunti più leggeri per sottolineare maggiormente gli aspetti drammatici e concentrarsi esclusivamente sui protagonisti principali, trasformandolo in un’acuta denuncia sociale, un atto d’accusa contro la guerra e contro la società americana stessa. Il maggiore punto di forza del film sono, senza ombra di dubbio, le intense interpretazioni di Natalie Portman, Tobey Maguire (candidato, per questo roulo, ai Golden Globes) e Jake Gyllenhaal.

Il tempo che vorrei


"Amo mio padre. Lo amo con tutto me stesso. Amo quest’uomo quest’ uomo che quando ero piccolo non sapeva mai quanti anni avevo. Amo quest’uomo che ancora oggi non riesce ad abbracciarmi a dirmi "Ti voglio bene". In questo siamo uguali. Ho imparato da lui. Neanche io riesco a farlo". Fabio Volo, da "Il tempo che vorrei".
Lorenzo è nato in una famiglia povera di "quella povertà di chi può fingere di non esserlo" figlio unico di una madre impeccabile e di un padre troppo preso dai conti da far quadrare per essere presente, a 13 anni smette di studiare per andare a lavorare nel bar di famiglia mettendo la sua adolescenza in mano a quelle umiliazioni che chi nasce povero deve sopportare. Lorenzo avanza nella vita a testa bassa, finché non incontra Riccardo, che gli insegna l’amore per la lettura e per la musica, facendogli scoprire nuovi mondi e infondendogli quel coraggio che lo porterà a riprendersi il suo tempo cambiando lavoro. Coraggio che si può trovare solo guardandosi intorno, girando gli occhi, uscendo dal guscio: Riccardo è come se mettesse un dito sotto al mento di Lorenzo e gli tirasse su la sua testa mostrandogli tutto quello che si era perso. Ma la vita è strana e così Lorenzo andrà a lavorare per un’agenzia di recupero crediti ritrovandosi davanti a storie estremamente simili alla sua, quando, inaspettatamente, Enrico, un pubblicitario, fiutando il suo innato talento, gli offre un lavoro. E’ da qui che parte la vera ascesa di Lorenzo, un’ascesa pesante perché soffocata dai sensi di colpa nei confronti di un padre che si sente abbandonato e che lui sente di aver abbandonato: e non importa l’aiuto economico che è in grado di dargli, lui sente di aver voltato le spalle alla sua vita e alla sua famiglia, a volte, anche ai suoi valori. Lorenzo crede di non saper amare e proprio per questa convinzione che perde la donna che ha amato di più nella sua vita, "lei che mi ha lasciato e tra un mese e mezzo si sposa", la fa scivolare via riuscendo solo a dire "hai ragione ti capisco". E che rivuole, ora che forse è troppo tardi.
Di questo parla il nuovo libro di Fabio Volo "Il tempo che vorrei" , forse il più bello dell’autore di "Scendo a fare due passi"; di questo parla Volo con la sua capacità di descrivere la quotidianità di un pensiero, di un fatto, che sia divertente o doloroso, talmente bene che, nei suoi personaggi, il lettore rivede un po’ di sé. Questo romanzo è come se fosse diviso in due parti: c’è il tempo che Lorenzo vorrebbe, legato al rapporto col padre, un tempo che forse riavrà e che sa di miracolo; e c’è un tempo che Lorenzo rivorrebbe, quello con Lei, raccontato in pagine piene di "mancanza", piene di un amore che il personaggio non sa chiamare per nome. Volo accarezza delicatamente mille tematiche: quella della povertà e del peso di vederla riflessa negli occhi di ti guarda; quella di un rapporto padre-figlio logorato dal non saper dire "ti voglio bene", dal silenzio di chi non sa dire "ti ho scelto anche io"; quella dell’amicizia, vera e profonda che c’è sia per una risata che per una lacrima; quella di una paternità a cui non si è pronti perché per diventare genitori i rancori da figli devono essere cancellati; quella di un amore lasciato andare via tanto in fretta da sentirne ovunque l’odore, il richiamo. E poi, co-protagonista di questo romanzo è senza dubbio il tempo che toglie, che dà, che sfugge, che non basta, che sembra vuoto, che è ingestibile, che vorremmo e che rivorremmo. Anche noi. Ogni giorno.

Il peso della farfalla


Questa è la storia di un camoscio, magnifico animale di montagna, che rimasto orfano, impara tutto da solo, senza appartenere a un branco. E’ forte, unico, bellissimo. Sfida tutti senza timore e diventa il “re dei camosci“. Ma questa è anche la storia del cacciatore che lo ucciderà. Il vecchio cacciatore che vive da solo nella casa del bosco e racconta poco della sua caccia, perché non ha storie da raccontare. Nemmeno una che possa conquistare una donna. Con sua sorpresa una giornalista si mette in testa di seguirlo, su in montagna. Non accetta subito la cosa. Perché lui non è abituato a frequentare le donne e chi non le frequenta, scrive Erri De Luca, ha “dimenticato che hanno di superiore la volontà. Un uomo non arriva a volere come una donna“. Il cacciatore è spaesato e ha timore. E poi da anni, tra lui e il camoscio, c’è un silenzioso scontro. Uno scontro che conoscerà fine nel mese di novembre. E’ un autunno particolare, quello. Un giorno perfetto con la neve ad occidente e il re dei camosci sa che quello è il giorno giusto. Sente l’odore dell’uomo, lo sfida con la sua velocità, la sua prontezza, fino a quando, a un certo punto salta su un sasso appuntito e resta immobile. Fermo, ad aspettare il colpo che gli attraverserà il petto. Cade a terra , privo di vita. E il branco invece di sparpagliarsi, si raduna intorno a lui a rendergli omaggio. Il cacciatore guarda. Non se la sente di aprirgli il petto e poi di sviscerarlo, così se lo mette sulle spalle . “Camminano“ insieme e durante il cammino il cacciatore vede una farfalla volare, lieve, tra le corna del camoscio e non riesce a mandarla via.Quel battito di ali è come un peso aggiunto e il cacciatore, stanco e provato, cade a terra insieme al camoscio. Saranno trovati uniti, in primavera, da un cacciatore che li seppelirà insieme.
Libro breve, scritto benissimo, con un ritmo deciso, ma con una musica lenta, paziente. Erri de Luca racconta questa storia in maniera molto lieve, lieve come la neve che fa cadere in mondagna e come il battito d’ali di quella farfalla bianca. Con abilità e rispetto entra in queste due solitudini, raccontandoci prima di un duello lungo anni e poi di una pietà finale, di un abbraccio forte e eterno che vede queste due solitudini legate nella morte, come lo erano anche nella vita. Leggera e presente emozione.

L'oroscopo 2010 di paolo fox


Amore, salute, lavoro. Come sarà il 2010? Dal volto più noto dell’astrologia italiana, segno per segno, tutte le previsioni per il nuovo anno. E in più: le caratteristiche dei bambini nati nel 2010, le affinità di coppia, il calcolo dell’ascendente con tabelle di facile consultazione. E ancora: le tabelle delle "cuspidi", per chi è nato in una data a cavallo tra due segni e vuole sapere una volta per tutte a quale appartiene.

Il gusto proibito dello zenzero


«Erano una cosa sola, li separava soltanto il filospinato...»Seattle. Nella cantina dell’hotel Panama il tempo pare essersi fermato: sono passati quarant’anni, ma tutto è rimasto come allora. Nonostante sia coperto di polvere, l’ombrellino di bambù brilla ancora, rosso e bianco, con il disegno di un pesce arancione. A Henry Lee basta vederlo aperto per ritrovarsi di nuovo nei primi anni Quaranta. L’America è in guerra ed è attraversata da un razzismo strisciante. Henry, giovane cinese, è solo un ragazzino, ma conosce già da tempo l’odio e la violenza. Essere picchiato e insultato a scuola è la regola ormai, a parte quei pochi momenti fortunati in cui semplicemente viene ignorato. Ma un giorno Henry incontra due occhi simili ai suoi: lei è Keiko, capelli neri e frangetta sbarazzina, l’aria timida e smarrita. È giapponese e come lui ha conosciuto il peso di avere una pelle diversa. All’inizio la loro è una tenera amicizia, fatta di passeggiate nel parco, fughe da scuola, serate ad ascoltare jazz nei locali dove di nascosto si beve lo zenzero giamaicano. Ma, giorno dopo giorno, si trasforma in qualcosa di molto più profondo. Un amore innocente e spensierato. Un amore impossibile. Perché l’ordine del governo è chiaro: tutti i giapponesi dovranno essere internati e a Henry, come alle comunità cinesi e, del resto, a tutti gli americani, è assolutamente vietato avere rapporti con loro. Eppure i due ragazzini sono disposti a tutto, anche a sfidare i pregiudizi e le dure leggi del conflitto. E, adesso, quarant’anni dopo, quell’ombrellino custodisce ancora una promessa. La promessa che la Storia restituisca loro la felicità che si meritano.Ambientato durante uno delle epoche più buie e dolorose degli Stati Uniti, Il gusto proibito dello zenzero è una storia indimenticabile e commovente di speranza e determinazione, che esplora la forza eterna e immutabile dell’amore.“Nel suo debutto Ford, con mano esperta, tratteggia la dolceinnocenza del primo amore, la crudeltà del razzismo, la cecità del patriottismo, le cose non dette tra figli e genitori.”

L'ipnotista


“Sentirai solo la mia voce e il contoalla rovescia. Tutto è tranquillo e immobilee non c’è motivo di aver paura.” Si chiama Erik Maria Bark ed era l’ipnotista più famoso di Svezia. Poi qualcosa è andato terribilmente storto e la sua vita è stata a un passo dal crollo. Ha promesso pubblicamente di non praticare mai più l’ipnosi e per dieci anni ha mantenuto quella promessa. Fino a oggi. Oggi è l’8 dicembre, è una notte assediata dalla neve ed è lo squillo del telefono a svegliarlo di colpo. A chiamarlo è Joona Linna, un commissario della polizia criminale con l’accento finlandese. C’è un paziente che ha bisogno di lui. È un ragazzo di nome Josef Ek che ha appena assistito al massacro della sua famiglia: la mamma e la sorellina sono state accoltellate davanti ai suoi occhi, e lui stesso è stato ritrovato in un lago di sangue, vivo per miracolo. Josef è ricoverato in grave stato di shock, non comunica con il mondo esterno. Ma è il solo testimone dell’accaduto e bisogna interrogarlo ora. Perché l’assassino vuole terminare l’opera uccidendo la sorella maggiore di Josef, scomparsa misteriosamente. C’è solo un modo per ottenere qualche indizio: ipnotizzare Josef subito. Mentre attraversa in auto una Stoccolma che non è mai stata così buia e gelida, Erik sa già che infrangerà la sua promessa. Accetterà di ipnotizzare Josef. Perché, dentro di sé, sa di averne bisogno. Sa quanto gli è mancato il suo lavoro. Sa che l’ipnosi funziona. Quello che l’ipnotista non sa è che la verità rivelata dal ragazzo sotto ipnosi cambierà per sempre la sua vita. Quello che non sa è che suo figlio sta per essere rapito. Quello che non sa è che il conto alla rovescia, in realtà, è iniziato per lui.

le perfezioni provvisorie


È sempre un piacere leggere Carofiglio con le avventure dell'avvocato Guerrieri. L'attesa quindi per Le perfezioni provvisorie era davvero tanta. Le aspettative però sono state soddisfatte a metà.Gianrico Carofiglio ha una scrittura davvero bella. Tutto scorre. Le parole, le citazioni, la colonna sonora (De Gregori, De Andrè e Conte in testa a tutti). Stavolta però c'è qualcosa che non soddisfa fino in fondo. Il libro ha come due tempi. Nel primo la storia serve per tracciare un piccolo sentiero lungo cui sviluppare una prateria di pensieri laterali. Emerge così con forza e dolcezza il personaggio dell'avvocato, così attento e sicuro nel lavoro e altrettanto in crisi nella vita privata. Belle le descrizioni di un Guerrieri alla ricerca di spazi e riti per scacciare la solitudine che lo attanaglia. Nel secondo tempo il ritmo prende cambia e centrale diventa arrivare alla soluzione del nuovo caso.Non si può aggiungere altro per non guastare la lettura che comunque merita davvero molto.Verso metà del libro c'è un uno scambio rapido di battute."Davvero nessuno dice la verità?" chiede Nadia all'avvocato. E la sua risposta arriva bella forte. "Tutta la verità nessuno. Quelli che dicono - e magari ne sono convinti - di essere sempre sinceri sono i più pericolosi. Non sanno di mentire inevitabilmente, non se ne rendono conto e sono prigionieri di se stessi".I ricordi sono un altro cavallo di battaglia di Carofiglio. Magistrali alcune descrizioni nel suo precedente Ragionevoli dubbi. Qui a un tratto affferma che "non è che i ricordi si dissolvano e scompaiono. Sono tutti lì, nascosti sotto la crosta sottile della coscienza. Anche quelli che credevamo perduti per sempre. A volte ci restano per tutta la vita, lì sotto. Altre volte invece succede qualcosa che li fa ricomparire".Il Guerrieri/Carofiglio gioca con i ricordi e la sua ironia è sempre in agguato. Per lui che fa delle citazioni dirette e indirette un punto di riferimento dei suoi lavori colpisce quando fa dire al suo avvocato che "chi legge troppi libri spesso fa cose di cui non c'è alcun bisogno".E un po' ci si sente chiamati in causa...

sabato 30 gennaio 2010

bestario di julio cortazar


Ho provato più volte a scrivere un commento più o meno serio e strutturato su questo libro dopo che l’ho finito, ma non ci sono ancora riuscito. Allora vado a sentimento: ho saltato solo uno dei racconti, che parlava in termini troppo medici e secchi ed era realmente triste e desolato e aveva a che fare con una specie di fattoria, se ricordo bene. Di altri racconti invece non c’ho capito un accidente. Di altri ancora mi sono sembrati scritti da uno che era sceso dal cielo con la penna, e di altri ancora non ricordo più perché il libro l’ho finito ormai tempo fa, ma volevo comunque parlarne lo stesso.
Per esempio ora sembrerà che i racconti siano duecento, ma in realtà sono soltanto sei o sette. Credo. Ma come si fa dico io a scrivere una recensione senza neanche avere bene presente il libro in questione? Si fa che lo si fa come viene, senza rileggerlo perché mi parrebbe eccessivo, ma il passaggio ad esempio che descrive i personaggi in una certa milonga io me lo ricordo come se ci fossi nato dentro, e non so ballare.
Per intenderci:
“Devo dire che era per i mostri che io frequentavo quella milonga, e che non ne conosco un altro dove se ne potrebbero incontrare tanti tutti insieme. Compaiono alle undici di notte, scendono da regioni misteriose della città, lenti e sicuri, soli o a due a due, le donne quasi nane e dai lineamenti quasi cinesi, gli uomini simili a giavanesi, stretti in abiti a quadri bianchi e neri, con i capelli ispidi pettinati a fatica, brillantina a gocce su riflessi azzurri e rosa, le donne con enormi acconciature dure e difficili, delle quali è rimasta loro la fatica e l’orgoglio. Adesso, per gli uomini, la moda è quella dei capelli lunghi e il ciuffo alto sulla fronte, guappe enormi ed effeminate, estranee alla faccia brutale che sta sotto, il gesto d’aggressione disponibile ed in attesa del momento giusto, i torsi efficaci sulla vita sottile. Si riconoscono e si ammirano in silenzio senza farsene accorgere, è il loro ballo ed il loro incontro, la notte di colore. […] Vengono per questo, i mostri si allacciano con grave rispetto, ballo dopo ballo girano lenti senza parlare, molti con gli occhi chiusi godono infine la parità, il completamento. Si riprendono negli intervalli, ai tavoli sono spavaldi e le donne parlano con voce acuta per farsi notare, allora i maschi si fanno più torvi ed io ho visto volare un manrovescio e far torcere la faccia e cadere mezza acconciatura ad una ragazza strabica vestita di bianco che bevevA anice. E c’è anche l’odore, non è possibile immaginare i mostri senza questo odore di borotalco umidiccio sulla pelle, di frutta marcia che ti fa sospettare lavacri affrettati, lo straccio umido sul volto e sotto le ascelle, e poi la cosa più importante, lozioni, rimmel, la cipria sulla faccia di tutte, una crosta biancastra e sotto le pustole rossastre che tralucono. Si ossigenano anche, le negre innalzano pannocchie rigide sulla terra spessa del volto, studiano gesti da bionda, vestiti verdi, si convincono della loro trasformazione e disprezzano con condiscendenza le altre che difendono il proprio colore.”
A tutto questo aggiungo che non per volere fare di tutta l’erba un fascio, ma a me generalmente gli scrittori sudamericani non mi fanno impazzire, e Cortazar sì. Sarà perché ha vissuto un po’ anche lui in Francia? Avrà incontrato David Sedaris? Comunque questo non è il suo libro migliore. Quello devo ancora deciderlo, mi prendo solo un attimo di tempo per pensarci.


medici umani pazienti guerrieri


Come possiamo definire la medicina in poche parole? La medicina è un'arte: perspicacia e intuito, capacità di creare un dialogo con il paziente. Sfortunatamente, è doveroso dire che di fronte alle grandi scoperte della biologia, l'arte della terapia sembra quasi passata in secondo piano. C'è bisogno di una nuova scienza cllnica di base che rappresenti un completamento e un supplemento alle conoscenze biomediche: una scienza volta non tanto a spiegare la malattia, ma a riscoprire e rilanciare l'assistenza e la cura della gente malata. Il medico contemporaneo possiede qualcosa che tutti i suoi predecessori hanno soltanto sognato: la terapia su misura per ogni malattia. Invece, purtroppo, negli ultimi anni l'università ha privilegiato troppo la dimensione tecnica dei futuri medici, trascurando il versante umano della professione. La cura sembra essere un adempimento tecnico, tanto che l'approccio al malato, a volte, somiglia a quello verso una macchina in avaria: individuato il guasto, ci si limita a porvi rimedio.

La pianista bambina

Per cinquant’anni della sua vita, il 25 dicembre Greg ha festeggiato con la famiglia il Natale e il compleanno di sua madre. E neppure un giorno, per mezzo secolo, ha sospettato quale enorme segreto potesse nascondersi dietro le candeline soffiate, i regali e gli addobbi. Un segreto che sua madre, a più di ottant’anni, decide di svelare. Ed è così, all’improvviso, che la storia, la Grande Storia, entra nella vita di Greg, con un consunto spartito di Chopin che la donna, musicista di talento, conserva religiosamente.
Il racconto inizia molto tempo prima, in Ucraina, dove la piccola Zhanna, sostenuta dal padre, un pasticciere di Minsk, studia pianoforte rivelando da subito un talento non comune. Ma quando, nel 1941, i tedeschi invadono l’Ucraina e moltissimi ebrei, compresa la sua famiglia, vengono deportati verso i campi di sterminio, il suo sogno di bambina si trasforma in incubo. "Ci hanno messi in colonna, diretti a nord. Sapevamo che ci avrebbero uccisi, perché a nord non c’era niente. Mio padre allora mi diede la sua giacca e mi disse: ’Non m’importa come, ma vivi’". Da quel giorno, Zhanna non sarà più Zhanna. Si chiamerà Anna, invece. Avrà un nuovo atto di nascita, un nuovo compleanno, una nuova religione. Solo quello spartito di Chopin nascosto sotto i vestiti a proteggerla dalla follia e dall’orrore del mondo, unico brandello di infanzia che le è rimasto.

La principessa di ghiaccio


Questa fiaba è dedicata a tutti coloro che, in un modo o nell'altro, si sono trovati di fronte ad un evento della loro vita, attraverso il quale tutto cambiava: il modo di vedere, le cose, i luoghi e le persone intorno a loro. La trasformazione, l'evoluzione, i cambiamenti, sono alcune componenti della vita, forse le più importanti. Ci permettono di capire e di vedere le cose così come sono, senza filtri ne invenzioni e di scoprire una cosa meravigliosa: che siamo tutti in cammino verso qualcosa che sa di antico del quale abbiamo nostalgia... e al quale vogliamo ritornare. Questo libro è una fiaba, una rappresentazione e un laboratorio geometrico da leggere, raccontare, interpretare e costruire. E' composto da 70 pagine, con disegni originali degli autori; da 10 pagine opaline con l’evoluzione del “percorso geometrico della vita” sino alla costruzione completa dei simboli quali il Fiore della Vita, il rettangolo e la spirale della sezione Aurea; da 6 pagine di polietilene trasparente con serigrafie che rappresentano il misterioso “arcano delle stelle” e la composizione dei cinque solidi Platonici (forme geometriche tridimensionali regolari) che rappresentano i cinque elementi terrestri (fuoco, aria, terra, acqua ed etere) e le 6 forme da ritagliare e costruire: i cinque solidi più il tetraedro stella (l’astronave degli amici della Principessa di Ghiaccio). Completano l’opera una tavoletta di legno 19x30 con sette puntine trasparenti, un filo di lana blu scuro e uno di colore azzurro. Una scatola colorata di cartone ondulato con la riproduzione della copertina sul fronte, contiene il tutto.Il formato del libro, le geometrie contenute ed i solidi da costruire - istruzioni all'interno - sono in rapporto Aureo (0,618).Costruendo i cinque solidi regolari ed il tetraedro stella, si percepiscono e intuiscono gli strumenti che tutti noi abbiamo a disposizione per iniziare il grande viaggio… non più verso una destinazione… o verso un luogo sconosciuto… ma il viaggio più bello ed esaltante che si possa anche solo immaginare… ...il viaggio verso noi stessi

Rec 2: niente di particolare


Dopo i fatti accaduti nel precedente capitolo, una squadra d’assalto dell’esercito e un medico fanno irruzione nell’edificio messo in quarantena. Armati di fucili e di elemetti con tanto di telecamere, gli uomini tentano di far luce su quanto accaduto… Ma non solo i soli ad essere lì dentro.

Definizioni varie su questo Rec 2. La prima: Rec 2 è un film che Balagueró e Plaza hanno voluto fare solo dopo aver parlato con alcuni fan del primo capitolo che hanno gettato luce su alcuni misteri; quindi Rec 2 è un prodotto dedicato agli appassionati. La seconda definizione l’ha data Mauro Gervasini prima dell’anteprima veneziana del film: Rec sta a Rec 2 come Alien sta ad Aliens.

Tenete a mente queste due semplici definizioni quando andrete a vedere Rec 2 al cinema, perché sapranno forse guidarvi un poco sul giudizio della pellicola. A Venezia il film ha diviso la critica, senza scatenare comunque alcun entusiasmo: è normale, visto che Rec 2 è tutto meno che un film decisamente riuscito.

Soul Kitchen


ll giovane Zinos, proprietario di un ristorante, non naviga in buone acque. La fidanzata Nadine si è trasferita a Shanghai, i clienti del suo “Soul Kitchen” stanno boicottando la cucina del nuovo cuoco e Zinos soffre anche di mal di schiena. Per il locale, le cose iniziano a girare nel verso giusto quando l’innovativo stile culinario comincia a venire apprezzato da un pubblico alla moda. Zinos, invece, continua a soffrire per amore. Decide quindi di andare a trovare Nadine in Cina, lasciando il ristorante in mano all’inaffidabile fratello Illias, ex-detenuto…

Non è la prima volta che Fatih Akin dimostra di saperci fare con la commedia. Certo, Soul Kitchen a suo modo è una rivelazione, un film che è una commedia tout court, ma basta vedere il film per cui il regista di origini turche è diventato famoso nel mondo cinefilo per rendersi conto che l’energia e il controllo del genere appartengono già al dna del regista. Si tratta de La sposa turca, Orso d’Oro a Berlino, bel melò che però ha una prima parte divertente, travolgente ed energica. Proprio come tutto Soul Kitchen.

Certo, poi c’è stata la conferma di talento con un’altra storia drammatica, l’altrettanto bello e forte Ai confini del paradiso, premio per la sceneggiatura a Cannes. Il tutto per dire che, qualunque storia racconti e qualunque stile narrativo decida di adottare per raccontare le storie dei suoi personaggi, Fatih Akin resta una forza della natura, a tratti esagerata, e per questo davvero godibile e a tratti liberatorio.

arthur e la vendetta di maltazar


Il piccolo Arthur torna a Villa Granny, la grande casa di campagna, dove dieci lune prima aveva fatto conoscenza con Selenia e il minuscolo popolo dei Minimei. Quando un ragno gli consegna un granello di riso con una richiesta di aiuto, Arthur non si pone domande, è certamente Selenia che gli comunica di essere in pericolo. Il giovane eroe si precipita nel regno dei Minimei, ma dovrà vedersela con le terribili truppe di Krob, il nuovo tiranno dei Sette Regni, combatterà contro i malvagi topi, le perfide rane e i disgustosi ragni pelosi. Ma una volta raggiunto il villaggio scopre che nessuno gli ha inviato alcun messaggio. Si tratta, forse, di un tranello del cattivissimo Maltazard, che vuole vendicarsi del passato.

Non c’è che dire, Luc Besson si è proprio innamorato dei sui piccoli esseri che vivono tra i fili d’erba del giardino dietro casa. La vicenda raccontata dal secondo episodio cinematografico (a sua volta ispirato da un romanzo dello stesso Besson) prende luogo circa dieci mesi dopo le vicende raccontate dal primo film. Il piccolo popolo dei Minimei non è cambiato ma Arthur è cresciuto e ha preso maggior consapevolezza di se stesso, delle sue capacità e dei suoi sentimenti. Il messaggio per il pubblico più giovane è sempre lo stesso: la fantasia, la passione e la crescita sono gli elementi fondamentali per lo sviluppo di un preadolescente, ma questo è il significato più ovvio e scontato.

Dal punto di vista tecnico nulla da eccepire. Besson gioca nuovamente la carta del doppio registro cinematografico, con il classico incipit con attori in carne e ossa, per poi trasformare il mondo in miniatura in una proiezione digitale in chiave fortemente fantasy, visivamente affascinante soprattutto per un forte impatto dell’impianto scenografico, quasi al limite del iper-realismo fotografico. Il character design dei personaggi dalle fattezze (quasi) umane si conferma come un elemento critico per il cinema di animazione computerizzata. I Minimei ancora soffrono di rigidità articolare, di ispessimento della cute facciale e di continue variazioni del peso corporeo (quasi smaterializzandosi nelle scene più frenetiche), sindromi tipiche che affliggono i corpi virtuali dei “cartoni animati”.

Il mondo dei replicanti


In un prossimo futuro, ogni rischio e pericolo per ciascun essere umano viene eliminato grazie all’uso di androidi robotizzati. I “surrogati” sono delle repliche robotiche perfette di ciascun individuo lo desideri e possono essere comandati dalle proprie abitazioni, grazie ad input sensoriali. I replicanti sono l’equivalente di un’idea iperuranica del loro originale. I volti sono levigati come il marmo, i corpi sono agili e performanti e qualunque danno ricevuto può essere riparato.

In un vicolo oscuro però viene assassinato il figlio dell’uomo che quattordici anni prima aveva dato vita al primo esperimento di replica robotica. Si tratta del il primo di una serie di omicidi compiuti grazie a una micidiale arma capace di uccidere non solo il clone robotico, ma anche l’essere umano che lo comanda. Sul caso indaga l’Agente Greer, affiancato dalla bionda collega Peters. Saranno coinvolti un gruppo di individui che rifiutano l’idea di vivere una vita fuori dal proprio corpo e che sognano un mondo di esseri umani in carne e ossa, guidati da un uomo misterioso che si fa chiamare “il profeta” e che inneggia alla rivoluzione.

Una volta ancora la traduzione scelta per il titolo italiano riesce a storpiare il senso del film. Sebbene il termine “replicante” sia frutto della letteratura sci-fi degli ultimi cinquanta anni, l’idea della “persona artificiale” risale addirittura alla mitologia classica. Il “topos narrativo” però rimanda direttamente alla forma dell’androide antropomorfo, esseri dall’aspetto umano ma dal cuore robotico. Il concetto di “surrogato” invece rappresenta un’idea relativamente nuova nel panorama della cinematografia fantascientifica, i robot del film di Mostow sono infatti sono infatti una versione analogica (non virtuale) dei corpi di Matrix, delle banche di organi, dei cloni biogenetici. Differenza sottile, ma non da poco dal punto di vista del messaggio del film.

A single man


George è un professore inglese che lavora in California. Ha da poco perso il suo compagno Jim, e si appresta a vivere una giornata di dolore e incontri: con l’amica del cuore Charlotte, con un ragazzo, e con un allievo che sembra stia scoprendo la sua omosessualità e che sia davvero interessato a lui…

Lo stile e il messaggio, la superficie e l’anima. L’esordio di Tom Ford quasi obbliga a ragionare sulla dicotomia tra i due concetti cinematografici, fra “come” si gira e ciò che si vuole esprimere. Tom Ford, stilista di successo prima per Gucci e poi creatore di un suo marchio personale, esordisce alla regia con l’adattamento per il grande schermo di un pilastro della cultura queer, ovvero Un uomo solo di Christopher Isherwood, e lo fa come tutti avremmo potuto ben immaginarci.

Tom Ford ha vissuto tutta la vita tra le luci delle passerelle, osservando i fotografi al lavoro con modelli e vestiti, cogliendo tutta la tecnica che sta dietro al mondo patinato della moda. Ha imparato bene, e il suo bagaglio personale lo porta di peso nel suo esordio nel mondo del cinema: A Single Man è un’opera raffinatissima, di eleganza formale maniacale, che in molti definirebbero laccata. Gli si può fare un torto per questo?

la prima cosa bella: un autentico successo


Un’autentica ovazione. Prima stampa romana affollatissima per l’atteso nuovo film di Paolo Virzì, letteralmente travolto da un’ondata di sentiti, calorosi, meritati e commossi applausi. In una Livorno da cartolina, ricca di storie e di personaggi, il regista toscano ha realizzato il suo film meno politico, più commovente, intimo e riuscito, facendo così volare altissimo il tanto criticato cinema italiano.

Semplice ma al tempo stesso complesso, articolato su più piani temporali, attraverso un quarantennio di storia “livornese”, La Prima Cosa Bella sorprende per la sua lucida e delicata bellezza, grazie ad un cast di attori in stato di grazia, dominato da un sempre più bravo Valerio Mastandrea, da una perfetta Claudia Pandolfi, da una sorprendente Micaela Ramazzotti e da una sublime Stefania Sandrelli, capace con il suo magico sorriso di regalarci la prima cosa bella di questo 2010 cinematografico, tinto di tricolore…

Nine:un'amara delusione made in hollywood


I film sono sogni che diventano realtà. Così Guido Contini, ovvero Daniel Day-Lewis, apre Nine, attesa trasposizione cinematografica del celebre musical di Broadway, ispirato all’indimenticato ed intoccabile 8 1/2 di Federico Fellini. Peccato che Rob Marshall, regista Premio Oscar per Chicago, abbia letto male la visione ‘onirica’ tipicamente felliniana, portando lo spettatore in sala direttamente al sonno più profondo.

Il suo Nine, infatti, è una delle più amare delusioni made in Hollywood degli ultimi mesi, considerando la spasmodica attesa che gli ruotava attorno. Kitsch senza sapere di esserlo, il film tenta di omaggiare il cinema italiano di un tempo, quello della Dolce Vita degli anni 60, finendo solamente per pennellarlo in maniera macchiettistica, raccogliendo attorno sè i peggiori stereotipi del bel paese,” governato dagli uomini, a loro volta comandati dalle loro donne“, con un cast sulla carta mostruoso ma, a conti fatti, letteralmente al minimo sindacale…

tra le nuvole


Accolto trionfalmente al Festival Internazionale del Film di Roma, candidato a 6 Golden Globe (2 in più di Avatar) e tra i grandi favoriti dei prossimi Oscar, arriva finalmente anche nei cinema italiani Tra le Nuvole, terzo film del figlio d’arte Jason Raitman. Un figlio che, pellicola dopo pellicola, sta letteralmente seguendo le primissime orme del celebre padre, poi purtroppo perdutosi per strada negli anni, partorendo autentici gioielli. Già applaudito con Thank You For Smoking e Juno, Raitman riesce addirittura a fare di meglio, grazie ad una cinica commedia, tanto attuale quanto impegnata, capace di stappare sorrisi e sentiti momenti di riflessione.

Protagonista incontrastato un sublime George Clooney, sempre più bravo ed ormai autentico mattatore della commedia made in Hollywood di questi ultimi anni. Il suo strabordante ed irresistibile cacciatore di teste, che gira in lungo ed in largo gli States colpiti dalla crisi finanziaria, è un concentrato di difetti e solitudine, mascherata dal sorriso guascone che ormai lo contraddistingue, tanto da renderlo unico nel suo genere.

la donna che giocava con il fuoco


Dopo le disavventure affrontate nel primo libro della trilogia Millennium, ”Uomini che odiano le donne”, Mikael Blomkvist riesce finalmente a impossessarsi di nuovo del suo giornale e ritorna alla guida di Millennium. Sta per lanciare una notizia bomba su un traffico di prostitute dell’Est che denuncerebbe l’implicazione di poliziotti, politici e uomini che rivestono alte cariche, quando un triplice omicidio attira l’attenzione su di sé.

La prima e unica indiziata sembra essere Lisbeth Salander, l’hacker che ha aiutato Mikael nella soluzione del caso precedente. Appare impossibile che una ragazza così impeccabile nel suo lavoro, così competente, possa aver commerso un crimite tanto efferato. Infatti Mikael non crede neanche per un momento alle accuse mosse contro la ragazza e inizia un’indagine personale con l’intenzione di aiutare a scagionare la sua collega, nonché amica Lisbeth.


Un thriller dai toni serrati, che mostra ancora una volta l’abilità narrativa di Stieg Larsson che appassiona e tiene incollati i lettori con la smania di conoscere cosa rivelerà il finale

baciami ancora


Che direzione avranno preso le vite di Carlo e di Giulia, di Paolo, Adriano ed Alberto, indimenticabili personaggi de L’ultimo bacio? Gabriele Muccino torna sul “luogo del delitto” con l’atteso sequel del film che lo ha rivelato al grande pubblico e ci riporta a Roma, dieci anni dopo, per curiosare nelle vite degli ex trentenni protagonisti della storia. Si torna così a parlare delle loro storie d’amore, delle amicizie, delle delusioni e degli ostacoli che il destino ha voluto mettere sulle loro strade. Carlo e Giulia si sono amati, sposati, traditi e lasciati. Hanno avuto una splendida bambina, Sveva, che ora vive con Giulia ed il suo nuovo compagno Simone. Carlo invece fa il quarantenne single, con tante donne intorno ma sentimentalmente insoddisfatto, nonostante Anna lo ami veramente. Adriano torna dal suo lunghissimo viaggio, dopo aver scontato anche due anni di carcere a Cuba. Ora è intenzionato a recuperare il rapporto perduto con suo figlio Matteo, che vive con la mamma Livia e che non ha mai conosciuto. Livia ha una storia con Paolo, ma non riesce a fidarsi di lui a causa dei suoi grossi problemi di depressione e del suo scarso impegno nel curarsi per uscirne. Marco sta perdendo sua moglie Veronica, alla quale non riesce a dare un figlio. Per questo, la donna lo tradisce con il giovane ed affascinante artista Lorenzo. L’unico per il quale il tempo non sembra essere passato è Alberto, che continua a fare lavori occasionali e ad avere ogni giorno una ragazza diversa…

Dare un seguito ad un film che è stato - a torto o ragione - etichettato quale specchio e fedele ritratto di una generazione, comporta sicuramente numerosi rischi. Primo fra tutti quello, enorme, di deludere le aspettative del pubblico che ha amato e si è identificato nei personaggi de L’Ultimo Bacio. Sarà riuscito Gabriele Muccino nell’impresa? Oppure avrà avuto ragione Giovanna Mezzogiorno a non accettare di tornare a far parte del cast del film perchè, leggando la sceneggiatura, non le era piaciuto lo sviluppo del suo personaggio?

venerdì 29 gennaio 2010

Amore 14


Un anno dell’agiata 14enne romana Carolina: scuola (classe fatiscente, compagno che fa scherzi sul web), feste, famiglia (padre urlatore, mamma comprensiva, sorella rivale, mitico fratellone che le ha fatto vedere Rusty il selvaggio, nonni “cool” che conoscono Dolcenera e gli Oasis), amiche, ma soprattutto amorazzi (lo sfuggente Massi, il tennista cerebroleso, il benzinaio coatto). Il miglior film del primo “colpevole” del filone esploso con Tre metri sopra il cielo. L’eclettico Federico Moccia (4 romanzi e 3 pellicole) è un Pinoteau (Il tempo delle mele, citato con il montaggio serrato della prova vestiti) di oggi con un occhio da spot pubblicitario ma zero spocchia alla Come tu mi vuoi o Iago. Una simpatica quotidianità che ricorda le strisce di Charlie Brown. Curiosità: tra la erre moscia di Carolina (Veronica Olivier), un principio di zeppola di Massi e il timbro esageratamente languido del fratello scrittore, Amore 14 è buffissimo da ascoltare. Finale a sorpresa.

l'uomo che verrà


Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio d’Argento e Premio Marc’Aurelio d’Oro del pubblico al miglior film. Voluto fortissimamente da Piera Detassis, L’uomo che Verrà di Giorgio Diritti ha conquistato la 4° edizione del Festival del Cinema di Roma, commuovendo il pubblico e convincendo i critici. Chiamato a ripetersi dopo l’exploit, inatteso e per certi versi clamoroso, de Il vento fa il suo giro, Diritti si è affidato alla storia, ad una strage ancora oggi indimenticata, ovvero all’eccidio di Monte Sole, per ripetere l’impresa, riuscendoci appieno.
L’uomo che Verrà, c0mpletamente recitato nell’incomprensibile dialetto antico del luogo, è una rara pagina di ottimo cinema italiano, con i suoi attori non prefessionisti e la sua struttura secca, ferma, intensa e cruda, capace di emozionare e coinvolgere, grazie ad una storia tanto drammatica, potente e commovente quanto realmente accaduta. Diritti, qui anche sceneggiatore e montatore, conferma le proprie indubbie qualità d’autore, portando in sala, attraverso gli intensi occhi di una bimba incapace di parlare, la paura e le angosce di un’Italia in guerra.

Uomini che odiano le donne


“Uomini che odiano le donne”è il primo romanzo firmato dalla penna dello scrittore svedese Stieg Larsson, che fa parte della trilogia “Millennium”. In questo giallo si intrecciano due storie intriganti.
Da una parte abbiamo la vicenda di Blomkvist, un giornalista talentuoso e di fascino che è a capo della rivista Millennium. Il giornale denuncia la corruzione che si insinua nel mondo dell’imprenditoria e sta però crollando miseramente, proprio in seguito a un articolo di Blomkvist. Il giornalista infatti avvalendosi di una fonte che non può citare e per evitare danni di un certo rilievo alla sua rivista, preferisce non difendersi durante la causa che viene aperta contro di lui in seguito alla denuncia per diffamazione.
Dall’altra parte abbiamo la vicenda della famiglia Vanger che nasconde un mistero irrisolto da almeno trent’anni: la scomparsa di Harriet, nipote di un industriale molto potente, Henrik Vanger. L’industriale ogni anno riceve, il giorno del suo compleanno, un fiore, inviato sempre da luoghi diversi dell’Europa, e questo dono riapre puntualmente le ferite, risvegliando in lui il desiderio di scoprire la verità.
Il noto industriale, ormai anziano, decide di riaprire il caso, archiviato ormai da tempo dalla polizia, e per farlo contatta Blomkvist. Hernik, offrendo al giornalista informazioni molto importanti, affinché lui riesca a vincere la sua sfida contro il potere industriale che nasconde corruzione, mafia e vendita illegale di armi, gli chiede di scrivere una biografia sulla sua famiglia, per arrivare a risolvere così l’enigma della scomparsa della nipote.
Il giornalista accetta l’incarico per allontanarsi dal caos creato dalla denuncia a suo discredito, prendersi un periodo di riflessione per pensare ai suoi errori prefessionali, e perchè vuole sfruttare le dritte che l’industriale gli ha promesso per vincere la sua battaglia contro gli affari loschi dell’imprenditoria svedese.
Sarà così che Blomkvist, con l’aiuto di un hacker dalle indiscusse capacità, stravagante, ma essenziale nel corso dell’indagine, si avvia alla ricerca di due verità che sembrano incontrarsi e disperdersi contemporaneamente: quella della scomparsa di Harriet e quella che potrebbe salvare la sua reputazione di giornalista.
Stieg Larsson con la sua storia di denuncia, i personaggi dai tratti così ben delineati che diventano familiari, nonostante la presenza di molte pedine nei giochi di indagine che intrecciano le varie vicende, nonostante le quasi settecento pagine, riesce a far appassionare a questo thriller, che è riuscito a diventare un best sellers nel giro di poco tempo. E non è un caso!

Il quarto tipo


Il film inizia con Milla Jovovich che, sguardo in macchina, si rivolge direttamente agli spettatori in sala. Attenzione, quello che il pubblico di appresta a vedere rappresentato sullo schermo è ispirato a una storia vera, tanto reale che il regista ha voluto inserire all’interno del film alcuni estratti da footage realizzato dai veri protagonisti dell’incredibile vicenda che sarà di lì a poco raccontata. Viene in questo modo violato uno dei tabù fondamentali del cinema, l’occhio che guarda la macchina infatti rappresenta un punto di rottura capace di far crollare un impianto narrativo di fiction. La consuetudine vuole che un attore si rivolga direttamente al pubblico solo in alcune specifiche situazioni, come accadeva nel teatro greco, sia per esplicitare un pensiero sia per creare un’ellissi nel racconto.
In questo caso Milla compie un lavoro differente, offrendo una chiave di lettura del film ancora prima che questo inizi. L’esplicitazione dello statuto delle immagini, ovvero che gli inserti filmati in bassa qualità, vorrebbe spingere lo spettatore a riconoscere questi “documenti” come veri, avvicinando l’intero film al concetto di docu-fiction. In pratica il film dichiara di essere una fiction che ricostruisce un fatto vero, e documentato, cercando di spingere lo spettatore a un grado di immedesimazione molto alto, come è ormai una moda consolidata da The Blair Witch Project al recente Rec2.

Il giorno in più fabio volo


Giacomo è un ragazzo come tanti altri: lavora, fa palestra, esce a divertirsi con gli amici appena può, ha una migliore amica a cui racconta ogni cosa e a volte esce con qualche ragazza, con la quale si limita a godere del momento, perchè in fondo fa come tutti: se le porta a letto e poi quando le cose non vanno più, le lascia. Ma se fa così è perchè l’unica ragazza che credeva sarebbe stata per "sempre", Camilla, l’ha tradito con il suo migliore amico! Le sue giornate ormai paiono tutte uguali, scandite da appuntamenti che si assomigliano tutti...
Finchè un giorno vede lei. Una sconosciuta che prende il suo stesso tram alla mattina. E lei diventa il suo chiodo fisso. Peccato che non si senta più il cacciatore di una volta... E’ così tremendamente spaventato che non riesce nemmeno ad approcciarla! La fortuna vuole che sia la sconosciuta che gli sorride ogni giorno a trovare il coraggio di rivolgergli la parola! L’unico problema? Michela sta per partire a New York per una proposta di lavoro e Giacomo sembra non avere neppure la possibilità di conoscerla a fondo come sperava... E’ la sua migliore amica a convincerlo a buttarsi in quel sogno a due che ha costruito nella sua mente e a consigliargli di seguirla a New York. Ma le cose non sono così semplici: durante il viaggio Giacomo perde l’indirizzo di Michela e in più non sa neanche che cosa dirle, se mai un giorno avesse la fortuna di rivederla...
Con questo libro innovativo, Fabio Volo ci regala "un giorno in più" per riflettere sui sentimenti e la fragilità delle persone, sulle paure più nascoste e sull’abitudine che nuoce alle coppie. Un giorno in più per sognare e per camminare in bilico tra i desideri di domani e i pensieri di sempre. Ce la farà Giacomo a ritrovare Michela? O il gioco della vita darà uno scacco matto ad entrambi? Questo libro? Non perdete un giorno in più... leggetelo!

Alvin superstar 2


Mentre Alvin dimostra di avere poco a cuore i due fratelli, per colpa di un eccesso di egocentrismo, assistiamo all’ascesa delle tre alter-ego femminili che vengono sfruttate dal perfido ex-manager dei Chipmunk, con l’unico motivo di farlo tornare nel mondo della musica che conta. Le Chipette, ribaltamento femminile dei protagonisti fatto con la carta carbone, vivono una parabola che potrebbe ricordare quella descritta dal film Dreamgirls (ispirate alle Supremes), il gruppo che rischia di sfaldarsi per via di un drastico cambiamento degli equilibri a favore della front-girl Brittany.
Il messaggio è decisamente ovvio e moralista. L’egoismo è un peccato che rischia di rovinare rapporti saldi come quelli di fratelli e sorelle. Strano però come questo messaggio sia veicolato da un film che pone (anche nel titolo) Alvin davanti ai suoi fratelli, quello secchione con gli occhiali e quello tenero e grassoccio. Il pubblico di riferimento (under 10) è fortemente propenso all’immedesimazione nei personaggi del film, ovvio che il rosso Alvin (così come per Brittany, al femminile) ha una forza di coinvolgimento molto maggiore rispetto ai due fratelli. Siamo tutti uguali, ma forse qualcuno è più uguale (o addirittura meglio) degli altri.
Un film di perfetto intrattenimento per il pubblico più giovane, si legge in rete e sui giornali. In effetti i ritmi e le gag sono adatti a tenere viva l’attenzione di questi piccoli spettatori facilmente propensi alla distrazione. L’adulto accompagnatore però potrebbe farsi molte domande su questo film (come esempio di un trend molto di moda). Fateci caso, ma negli ultimi anni il cinema (e la tv) per ragazzi è dominato dal “fattore X”. Dai più piccoli (pensate al fenomeno tv de Il mondo di Patty) fino a quelli tardo adolescenziali sono tutti accomunati dal sogno di diventare una pop star, di ballare e cantare per diventare famosi a qualsiasi costo. Il sogno di diventare un astronauta non esiste più e quelli bravi nello sport sono solo bulli antipatici.
Ma i bambini vogliono questo davvero o questa esigenza dipende da quanto sono bombardati con messaggi di questo tipo?

Banana yoshimoto


Non ho mai letto nulla della Yoshimoto, questo era il mio primo tentativo: e sarà anche l'ultimo. Non che m'aspettassi chissa cosa, ma non di certo una banalità simile. Sicuramente "Tsugumi" rientra in quella (putroppo ampia) cerchia di libri che - non si capisce in che modo - riescono ad emergere nel panorama editoriale italiano nonostante la totale mancanza di qualsiasi contenuto, privi di filo logico e per nulla accattivanti. Non mi spiego perché questi libri riescano a vendere migliaia di copie (mi sorge il dubbio che sia tutta una montatura commerciale!): a mio avviso sono scadenti tanto quanto i formaggini, senza sapore né consistenza.E' la storia di tre ragazze, Maria (che narra in prima persona, e già una giapponese che si chiama Maria la dice lunga!) e le cugine coetanee. A diciannove anni Maria lascia il piccolo paese sul mare - dove è cresciuta - per trasferirsi a Tokyo all'università. Torna però alla pensione degli zii per le vacanze, ritrova le cugine Yoko - dolce e buona - e la sorella Tsugumi - l'eroina del romanzo - bellissima, isterica e dispotica ragazza. Tutti tentano di essere indulgenti con lei dato che le è stata diagnosticata dalla nascita una malattia incurabile. Sembra essere questa l'ultima vacanza per tutti i personaggi, la fine di un'estate di un gruppo di giovani, tempo che non tornerà mai più. Terminate le vacanze, Maria sta per tornare a Tokyo ma le condizioni di Tsugumi peggiorano e pare non ci sia più niente da fare. Finale che chiude - per far cerchio - una storia che non "sa nè di carne, nè di pesce". Ed il lettore si ritrova tra le mani ad osservare distaccato un libricino dal quale si aspettava sicuramente di più.Lo potrei consigliare per le letture estive (visto che si parla di mare e di vacanze), leggere e per nulla impegnative, sotto l'ombrellone.

Hachiko il tuo miglior amico


Lo spavento c’era ed era assolutamente giustificato. Dopo il disastroso Casanova, Lasse Hallström era chiamato a risollevarsi, cercando di tornare ai vecchi successi, di critica e di pubblico, come Chocolat, Le regole della casa del sidro, Buon compleanno Mr. Grape e Qualcosa di cui… sparlare. Ebbene, probabilmente ci voleva una leggenda giapponese per riuscire nell’impresa, visto che il regista svedese con Hachiko ammalia e conquista, arrivando direttamente al cuore dello spettatore.
La commovente storia si ispira a fatti realmente accaduti. Nel 1924 un cane di razza Akita, di nome Hachiko, viene acquistato e portato a Tokyo da Hidesamuroh Ueno, professore universitario (nel film interpretato da Richard Gere). Tra i due si instaura un’alchimia incredibile, quasi magica, tanto che il cane attende Ueno tornare dal lavoro, alla stazione dei treni, tutti i giorni alla stessa ora. Per un anno intero, Hachiko l’accompagna e lo attende in stazione, fino a quando un infarto improvviso stronca la vita a Hidesamuroh. Dopo la sua morte Hachiko viene dato via, ma scappa regolarmente per tornare alla stazione dei treni, aspettando il suo ritorno, sempre alla stessa ora, sempre nello stesso punto. Ogni giorno, per 10 anni.
Melodramma allo stato puro, il film ruota attorno all’incredibile rapporto che nasce tra Richard Gere e Hachiko, portato in sala da diversi fantastici cani di razza Akita. Lasse Hallström si interessa a loro e solo a loro, lasciando sullo sfondo tutti gli altri personaggi, che nel corso degli anni rimarranno sorpresi dall’incredibile fedeltà del cane. Una volta morto Gere, proprio Hachiko diventa il protagonista assoluto, con il proprio dolore costantemente rappresentato da lunghi silenzi e dolci sguardi avvolti di tristezza. Il regista avvolge Hachiko con un’invisibile coperta di compassione, regalando allo spettatore momenti di fortissimo impatto emotivo, amplificati da una fredda e piccola cittadina e da melanconici colori autunnali.
Richard Gere, finalmente in ripresa dopo l’osceno Come un Uragano, è chiamato al difficile compito di dover fare la ’spalla’ ad un cane, riuscendoci però appieno. Per i cinofili più puri un film imperdibile, se non addirittura pericoloso, perchè portatore di depressione acuta, mentre per tutti gli altri un film emozionante, fortemente drammatico, capace di sottolineare l’incredibile rapporto di amicizia, amore e fedeltà tra l’uomo e il suo migliore amico, anche dopo la morte.

New moon


New Moon è il secondo romanzo di Stephenie Meyer incentrato sulle figure di Edward e Bella. Twilight, il primo episodio della serie, dopo aver riscosso un ottimo successo negli USA, in Germania e in Spagna, ha preparato il terreno a questo romanzo che riprende la storia di due personaggi piuttosto singolari: un vampiro e una ragazza capace di attirare su di sé più imprevisti di quanti la ragione possa contemplarne.Non è mai facile recensire il seguito di una saga, soprattutto quando dalle tue parti (leggi: Italia) la prima parte è passata quasi inosservata, ma fin dalle prime pagine del romanzo si rimane piacevolmente colpiti dall’atmosfera morbida di questo horror molto particolare.Potenzialità. Questa è la parola che ho pensato dopo una decina di pagine. Potenzialità. Un lettore lo percepisce quando un romanzo può giocarsela alla grande. Sia per lo stile di scrittura, sia per il modo di tratteggiare una figura ampiamente scomoda per gli scrittori moderni: il vampiro. Troppo facile cadere negli stereotipi, troppo semplice risultare banali. Ai più accade così. La bravura dell’autrice è stata proprio la capacità di non allontanarsi da quello che per tutti è il classico vampiro e inserirlo in un contesto moderno anche se forse troppo adolescenziale.E i richiami alla storia precedente (quella narrata in Twilight) sono dosati così bene da non far pensare di leggere un seguito, bensì di assaporare un passato accennato, che fa spessore, dà il giusto contorno a ogni storia. Poi accade qualcosa e la vicenda, come se a questo punto risentisse del fatto di essere un seguito, si arena come nel fango, affondando e smarrendo quello che di buono aveva messo da parte: ritmo, fascino, prospettive…La parte centrale del romanzo serve indubbiamente a preparare il finale, a creare contrasti emotivi e ad alimentare un senso d’attesa, ma è troppo lenta e lunga, come se a un certo punto l’autrice avesse sentito la necessità di riempire pagine senza il supporto di una vera e propria idea, di una trama abbastanza corposa per reggere almeno duecento cartelle piuttosto deboli. Inoltre, quando il romanzo è pronto per decollare verso il finale, il lettore si aspetta che tutta la pazienza venga ampiamente ripagata. Adesso viene il bello, pensa. Adesso tutto trova un senso… Ma quel momento non giunge. La storia vive un finale certo più vispo della parte centrale, ma viste le aspettative un po’ d’amaro in bocca rimane. I contrasti ci sono, ma forse all’autrice è mancato il coraggio di osare, di capovolgere completamente una storia che dall’inizio suggeriva qualche soluzione e che mai si è smentita. Il lettore ama vedere premiato il suo intuito, ma allo stesso modo ama la sorpresa, lo shock, ama essere stordito, emozionato, irritato anche. Quando non avviene, può accadere che il romanzo scivoli pure via, piuttosto lievemente, con un retrogusto piacevole, ma non è detto che ci segni a fondo.Questo libro di Sthepenie Meyer è stato un romanzo di compagnia, anche se deludente a tratti. Un horror lieve, sentimentale, per lettori romantici e sognatori. Non per emozioni forti. Un libro che ogni tanto ti fa anche pensare di leggerne il seguito (Eclipse e Breaking Dawn entrambi di prossima pubblicazione in Italia), ma che effettivamente dimenticherai in uno scaffale seminascosto, senza andare oltre.

Avatar


Tutti aspettavano con ansia l'arrivo del film in 3d avatar e finalmente eccolo qua io sono andata personalmente a vederlo, ebbene ecco cosa ho concluso:Dal punto di vista visivo l'impatto è stato assolutamente positivo, effetti speciali paurosi che ti danno l'impressione di essere veramente presente su Pandora (il nome del pianeta su cui si svolge la trama). Ma le note positive finiscono qua, la storia e gli avvenimenti hanno un non so che di già visto, infatti l'intera trama è un pessimo tentativo di modernizzare la storia di pochaontas (guardatelo e capirete) con delle aggiunte fantasy e fantascientifiche (il signore degli anelli, matrix,eragon). L'idea dell'avatar non è altro che (secondo me) un "matrix" più libero. La conclusione è un pò affrettata e la copiatura con eragon e con i draghi a talmente palese che anche uno che non ha mai letto il libro di Paolini lo capisce, per non parlare della pessima interpretazione della weaver..Quindi concludendo il film mi ha deluso (dalle premesse sembrava il capolavoro del secolo) e secondo me è èarecchio sopravvalutato, e il miliardo incassato fino ad ora è solo il frutto di una campagna pubblicitaria spietata che ha illuso almeno l'80% di quel miliardo.. se devo dare un votodarei 6,5, solo per gli effetti speciali e la colonna sonora..Il film non è da disprezzare ma non è neanche un capolavoro, i 7 euro del biglietto del cinema non sono buttati ma io una seconda volta non lo guarderei mai..